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BARBERSHOP di Atticus

TRAPPOLE & LIBERTA’

Come fa ogni anno dal 2004, l’Oxford Dictionary ha scelto. Il più autorevole dizionario storico della lingua inglese, ha selezionato - tra le parole che meglio raccontano noi e il mondo in cui viviamo - “rage bait”, che letteralmente significa “esca per la rabbia”. Non è un termine tecnico né uno slogan ideologico: è la fotografia linguistica di un fenomeno quotidiano, che si verifica soprattutto online, nella rete. Il rage bait indica quei contenuti – titoli, post, video, dichiarazioni – costruiti apposta per suscitare indignazione. Non per informare, convincere o dialogare, ma per provocare una reazione emotiva immediata. Rabbia, fastidio, sdegno: sentimenti potenti, rapidi, contagiosi. Perfetti per attirare attenzione. Perché è così di moda e funziona? Perché la rabbia è una specie di scorciatoia. Ci fa fermare, commentare, condividere. E gli algoritmi dei social non distinguono tra attenzione “buona” e “cattiva”: premiano il traffico, punto. Così l’indignazione diventa un motore commerciale, un carburante del traffico online. Il rage bait non coincide con la fake news. Può partire anche da fatti veri, ma selezionati, semplificati o incorniciati in modo da irritare. Spesso lavora sul tono più che sul contenuto: domande allusive, generalizzazioni, contrapposizioni nette. Il messaggio implicito è: “Se non ti arrabbi, vuol dire che non stai capendo”. Oxford, sia chiaro, sceglie ogni anno una parola non perché è “giusta”, ma perché è uno specchio, una finestra sul mondo. Da oltre vent’anni, si possono così leggere i cambiamenti culturali in atto. “Rage bait” racconta un mondo dell’informazione sempre più competitivo, dove l’attenzione è scarsa e le emozioni forti vincono. Non serve, sinceramente, demonizzare chi produce queste esche (o trappole che dir si voglia) né colpevolizzare chi ci cade. Tutti, almeno una volta, abbiamo abboccato. Del resto anche criticare un contenuto irritante può spesso produrre un effetto opposto, quello di amplificarlo. È un paradosso ben noto: l’esca funziona spesso anche quando sappiamo che è un’esca. Forse la risposta migliore non è il commento moralistico, ma un esercizio pratico: riconoscere il meccanismo, fare un mezzo passo indietro quando qualcosa ti fa subito “scattare” e poi chiedersi: sto reagendo perché è importante o perché è studiato per farmi reagire? In un mondo che monetizza l’indignazione, essere attenti e consapevoli diventa un piccolo atto di libertà. Non sempre facile, ma sempre utile.

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